AREZZO

Ad Arezzo sono già stata, ma non ricordo quasi niente. Chissà se questo fatto di non ricordarci buona parte di quello che viviamo è un sano principio di economia, il fisiologico scorrere delle cose o un tragico spreco, un’ incapacità di trattenere.

Franco è un gentile signore calabrese, lavora il legno. Ci ospita in una depandance della sua casa, in casa ci sono altre stanze che affitta come bed&breakfast. Nel sito è scritto così: depandance. Lui la chiama così. E’ una casetta a forma di disegno di bambino, dentro è tutta di legno, i mobili li ha fatti Franco. Accanto alla casetta c’è il laboratorio di Franco, si sente il rumore della sega circolare e di altri attrezzi per lavorare il legno. Per arrivare alla casetta Franco ha costruito un sentierino con otto o nove pietre, per non rovinare l’erba. Sempre, segue il sentierino per percorrere i minuscoli spostamenti che uno spazio così piccino consente.  Ci promette che, quando torneremo ad Arezzo, troveremo due sgabelli di legno, il disegno è suo, originale. Li farà per noi, potremo usarli come comodini.

Nel Duomo, figura chiara, solida, che domina la città e la campagna circostante, vicino all’altare c’è una liscia distesa di marmo. Scopro che è opera di un artista fiorentino molto famoso che è arrivato ad esporre persino in Giappone. E’ stupendo, candido e puro. Tuttavia c’è qualcosa di tetro in quel bianco lunare che fa pensare alla morte. Il capitolo quarantadue di Moby Dick è dedicato alla bianchezza: l’assenza di colore, il male abominevole. La paura è bianca. Bianco è insieme bellezza e terrore.

Nella chiesa di San Domenico ci sono vari affreschi trecenteschi deteriorati dal tempo. Ventri sporgenti e visi sofferenti, i quadri hanno una grammatica chiara, carichi di compassione ma mai patetici. Danno le informazioni essenziali per capire la storia e i sentimenti. Sulla parete di fronte all’altare si racconta la morte di San Giacomo minore, ucciso a bastonate durante una sommossa popolare. Il corpo venne poi gettato giù dal tempio di Gerusalemme. Nell’affresco vediamo sia il santo che prega in ginocchio sotto i colpi del bastone, che mentre vola, bellissimo, poco prima di morire. Il tempo si annulla. Come se in ogni momento della nostra vita fosse già iscritto e visibile il momento della nostra morte. 

Nella stessa chiesa c’è il modellino di una barca di legno con le vele di tela bianca. L’hanno costruita gli scout, sulle vele ci sono i loro pensieri sulle persone che attraversano il mare in cerca di una vita migliore. Si legge: Accettare l’ignoto di chi nell’ignoto si è buttato, Comprendere per migliorare, DIRE SI’ prima di vedere chi, di sapere come, di chiedere perché.

Abbiamo mangiato un ottimo minestrone, da Graziella, una trattoria casereccia consigliata dal nostro collega Michele. Vino rosso leggero, coscia di pollo, patate arrosto e cavolo ripassato. Ci ha reso felici.

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