FIRENZE

Il signor Andrea viene da Prato per darci le chiavi di un piccolo, buio appartamento vicino alla Chiesa di Santa Croce. Il figlio vive e lavora in Svizzera, ama viaggiare. Alle pareti ci sono delle foto scattate da qualche parte in Africa, sulla cappa della cucina c’è un souvenir di ceramica con il nome di un’isola greca, qua e là qualche disegno di uccelli con scritte giapponesi. Il piatto della doccia coincide con il pavimento del bagno: si tira una tendina per evitare che l’acqua vada nel corridoio e ci si lava attenti, tra il lavandino e il bidet. Lavarsi in mezzo a una stanza è strano, come se l’acqua invece di scorrerti addosso ti vagasse intorno. Lo scarico è velocissimo, l’acqua scorre via subito, resta solo un po’ di bagnato per terra e lo specchio appannato dal vapore. Neanche una goccia nel corridoio.

Da Piazzale Michelangelo si vede tutta la città. La Sinagoga ha una cupola verde rame, è morbida e tondeggiante. La comunità ebraica di Firenze è molto antica ma questa Sinagoga è stata costruita in epoca relativamente recente, tra il 1874 e il 1882. Prima del 1848 le sinagoghe in Italia non potevano avere un aspetto monumentale, da fuori erano anonime, si mimetizzavano, all’interno venivano decorate nel modo più ricco che la comunità poteva permettersi; era proibito qualsiasi segno che potesse distinguere un luogo di culto ebraico dagli altri edifici. Sulla scia dell’Illuminismo e dei moti rivoluzionari del ’48, conquistata Roma e messa fine al potere temporale dei papi, un po’ in ritardo rispetto al resto d’Europa, nel 1870 agli ebrei vennero finalmente riconosciuti pieni diritti civili in tutto il territorio italiano.

Camera con vista è un romanzo scritto nel 1908 da Edward Morgan Foster, nel 1986 James Ivory ne ha fatto un film.  Non lo vedo da quando son bambina e non lo voglio rivedere, potrebbe non piacermi più così tanto. Di alcune cose, è meglio che resti solo il ricordo. Parla di nullafacenti, ricchi inglesi innamorati dell’Italia, delle colline toscane, dell’arte rinascimentale. Sono tutti molto colti e perbene, ma decadenti, infiacchiti dal benessere e dalla civiltà. Il percorso iniziatico attraverso le atmosfere italiane è l’unica cosa che li può salvare, per trovare un contatto con il proprio sentire, con la vita. Non un tema nuovo. Ma ne valgon la pena anche solo l’inglese italianato di Daniel Day Lewis, il broncio tormentato e i tantissimi capelli di Helena Bonham Carter. Nel mezzo di Piazza della Signoria, guardando il Ratto delle Sabine sviene. Si era innamorata e ancora non lo sapeva, il suo cuore di ragazza non educata all’amore è venuto meno di fronte alla sensualità brutale di quelle statue.

A rompere questo cliché dell’Italia come luogo dove ragione e sentimento esplodono in manifestazioni di sconvolgente bellezza arrivano autobus carichi di cinesi, deportati da un outlet di pellami all’altro. Sciami. Cercano borse, cinture, portafogli. Sono centinaia. In alcuni negozi c’è uno sportello con un addetto specifico che – immagino – conosce la lingua. Non sembra ci sia nulla di gioioso in questo shopping seriale. Le persone sembrano avvilite, la merce brutta.

Recitiamo al teatro La Pergola, i camerini son piccoli salottini seicenteschi, c’è molto rosso, della moquette, una bella luce calda che avvolge tutto in un’eleganza antica. E poi c’è il servizio in camerino: puoi ordinare dal bar un caffè, un prosecco, uno spritz e il gentilissimo Marco te lo porta. Marco è un ragazzo che lavora come maschera e ha una sua compagnia teatrale. Ci regala un tour guidato del teatro, conosce tantissime storie. Eleonora Duse chiese che le venisse costruito un camerino sul palco per poter entrare in scena senza esser vista prima, cosicché l’unica immagine che si potesse avere di lei fosse del suo personaggio. L’Infante di Spagna aveva quattordici anni e non riusciva a vedere tutto lo spettacolo perché si stancava presto e doveva fare il suo pisolino. La sera seguente lo spettacolo doveva dunque riprendere da dove sua Regalità l’aveva lasciato.

Al di là dell’Arno, c’è la Piccola Farmacia letteraria. Non si viene a comprare un libro di cui si sa il titolo, si viene a scoprire di che libro si ha bisogno. I libri sono catalogati in base alle emozioni o ai temi esistenziali, non si fa riferimento alle trame ma a quali mali dell’anima può curare. Ognuno ha un bugiardino con indicazioni terapeutiche, posologia ed effetti collaterali. Gli scaffali della libreria sono ordinati di conseguenza: c’è la zona per l’ansia, per il bisogno di cambiamento, per un matrimonio finito o per gestire i problemi con i figli. Tutto attraverso i romanzi. A noi capitano tra le mani: Controvento di Federico Pace ed Eroi della frontiera di Dave Eggers. Quest’ultimo non l’ho amato, anzi posso dire che mi ha infastidito. Rispetto alla diagnosi c’è stato un problema di sovraddosaggio o un rigurgito omeopatico. A volte è meglio non assecondare i propri stati d’animo.

Mangiamo crostini e peposo alla Trattoria La Casalinga; zuppa di ceci, ribollita, zuppa di carciofi all’Acqua al Due.

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